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27/07/2017

LHCSR1: un'altra importante scoperta per l'Università di Verona

È stata scoperta la funzione chiave di una proteina che consente ai muschi e alle alghe di proteggersi dall’eccesso di esposizione ai raggi solari. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Nature Chemistry, ed è nata dalla collaborazione del dipartimento di Biotecnologia dell’Università di Verona con il Massachusetts Institute of Technology (MIT).
 
 
nuova scoperta Università di Verona LHCSR1
 
 
La proteina in questione è la LHCSR1, ed è quella che nelle alghe e nei muschi consente di sfruttare la giusta quantità di luce solare che è necessaria per la fotosintesi, ma allo stesso tempo le protegge impedendo di assorbirne una quantità eccessiva che potrebbe essere rischiosa per l’integrità dei loro tessuti.
 
 “La fotosintesi, che consente di trasformare l'energia dal sole in zuccheri e altre sostanze essenziali, dipende dalla luce – spiega Roberto Bassi, docente di Fisiologia vegetale all’università veronese, tra i firmatari dello studio insieme a Alberta Pinnola e Luca Dall'Osto del dipartimento di Biotecnologie dell’ateneo scaligero e Toru Kondo, Weit Jia Chen e Gabriela Schau-Cohen del dipartimento di Chimica del MITLa luce è la sorgente di energia per le piante ma l’eccesso di luce può anche essere molto pericoloso. Quando assorbono più luce di quella che possono usare nel loro metabolismo, l'energia extra crea tossine che distruggono i tessuti. Per prevenire questi danni, le piante verdi hanno sviluppato un meccanismo di difesa conosciuto come ‘fotoprotezione’, che consente loro di dissipare l'energia in eccesso come calore. I ricercatori dall'università di Verona e del MIT hanno ora scoperto come la proteina chiave responsabile di questo processo, chiamata LHCSR1, consenta al muschio e alle alghe verdi di proteggersi”. 
 
Questa rivelazione è molto importante per le applicazioni in cui la proteina LHCSR1 potrebbe essere impiegata: proprio a Verona infatti, sono in corso dei test finalizzati ad ottenerne una versione modificata, che possa essere utile a potenziare la produzione di biomassa e, di conseguenza, quella dei carburanti.
 
“Sapere di più su come funziona questa proteina – conclude Bassi - potrebbe permettere agli scienziati di modificarla per indurre un livello di fotosintesi più alto nelle piante aumentando la biomassa prodotta per farne cibo o bio-combustibili. Questa possibilità è stata già dimostrata nel caso delle alghe verdi dal laboratorio di Verona”. 
 
 
 
 
 
 
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